Connie's profileI _} SOLI }*{ LOQUI {_...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    LA Cantantessa colpisce ancora...



    Intervista tratta dal programma "Nome e Cognome" su La7 29/01/2008


     
      

     Carmen è una delle poche artiste contemporanee che ancora riescono a commuovermi ...per la sua grinta velata...per il suo modo di parlare e di scrivere...eppoi perchè riflette in sè tutte le bellezze della Sicilia : il mare...il vulcano...il simpatico accento...l'assenza del futuro (come dice lei)...
    forse, a volte ,negativa ma che tutto sommato mi fa vedere la natura aspra e splendida della mia isola sotto una luce "immobile" che rivela una bellezza rimasta quasi intatta sin dai tempi dei Greci.
    Questi ed altri motivi mi fanno pensare alla Sicilia come una Perla del Mediterraneo...ed è per questi stessi motivi che mi manca così tanto quando sono via.
    Un Grazie va a Carmen per avermeli ricordati.






    Discussione su In Memory of the actor Heath Ledger

     

    Citazione

    In Memory of the actor Heath Ledger

    In Memory of the actor

    StellaHEATH LEDGERStella

    h.l.

    Perth, 4 aprile 1979New York, 22 gennaio 2008

    Stella

      

    Stella

      

    Video tratto dal film 10 cose che odio di te

    Stella

    Heath Ledger, attore bravissimo, ma "bello e dannato", al quale è toccata la stessa sorte dei suoi colleghi: River Phoenix, James Dean, Brandon Lee...

    e come tutti i "belli e dannati", non gli è stato concesso di invecchiare, ma di rimanere immortalato nella sua sempiterna giovinezza!!!

    L. © R.

    TRATTO DAL BLOG DI MIA SORELLA LORY----->LINK QUI!

    Muore un'altra promessa del Cinema : Heath Ledger.





    Morto l'attore Heath Ledger
    grande promessa, eterno secondo


    Heath Ledger

    NEW YORK - Lutto nel cinema nel giorno delle nomination agli Oscar. Heath Ledger, uno degli attori più promettenti della nuova generazione, celebre grazie all'interpretazione, accanto a Jacke Gyllenhaal, del film "I segreti di Brokeback Mountain", che gli era valsa una candidatura all'Academy Awards nel 2005, è stato trovato morto nel suo appartamento di New York. Aveva 29 anni. Ledger era nel suo appartamento di Broome Street, a Soho. La sua cameriera stava accompagnando nella sua stanza una massaggiatrice, con la quale l'attore aveva un appuntamento. "Abbiamo bussato a lungo ma non rispondeva" hanno raccontato le donne alla polizia, aggiungendo di aver, poi, trovato l'attore "nudo e incosciente" nel suo letto, di aver cercato di svegliarlo "ma lui non rispondeva". La polizia di New York esclude che il decesso abbia un'origine violenta. Secondo alcune fonti, accanto al letto sarebbe stata trovata, vuota, una confezione di pillole.

    Il cinema se lo portava dietro fin dall'anagrafe. Il suo nome, Heath, l'aveva voluto la madre in omaggio all'Heathcliffe di "Wuthering Heights", interpretato per il grande schermo da Laurence Olivier nel 1939, dal romanzo di Emily Bronte. Ledger nasce quarant'anni dopo quel film, nel 1979 a Perth, in Australia. Fin da giovane frequenta un teatro della sua città, poi entra nella Globe Shakespeare Company, a sedici anni lascia la scuola, si trasferisce a Sidney e trova piccoli ruoli in alcune serie tv.

    La sua prima volta in un film risale al 1999, con la commedia "10 cose che odio di te", ma le proposte che seguono sono tutte per ruoli di "pretty boy", un'immagine che cerca invece di scrollarsi di dosso, e preferisce rifiutare. Fino al 2000, quando viene scelto per "Il patriota" di Roland Emmerich e vince lo Showest Award come "Attore di domani". La popolarità arriva l'anno successivo con "Il destino di un cavaliere", di Brian Helgeland, in cui è un giovane scudiero che diventa cavaliere nella Francia del Trecento.

    Ma il successo non arriva. Colpa di scelte sbagliate (piccole parti che, anche se in film importanti, come "Monster's Ball", non lasciano traccia) e contratti mancati, come quello per "Alexander", di Oliver Stone: al suo posto verrà scelto Colin Farrel. Non sarà l'unica volta. Spesso arriverà "secondo". Gli accadrà con il ruolo di Peter Parker in "Spiderman", per il quale sarà scelto Toby Maguire, per quello del giovane Anakin Skywalker in "Star Wars: Episode II - Attack of the Clones", andato a Hayden Christensen, per "Moulin Rouge", con Nicole Kidman, in cui invece lavorerà Ewan McGregor.

    Ledger deve aspettare per ritrovare la strada giusta. Succede con tre film, fra l'altro tutti e tre presentati alla Mostra del cinema di Venezia del 2005: "I fratelli Grimm e l'incantevole strega" di Terry Gilliam, Casanova di Lasse Hallstrom e "I segreti di Brokeback Mountain" di Ang Lee, il suo colpo di fortuna. L'interpretazione di Ennis Del Mar, il cowboy che si innamora di un altro uomo gli vale una nomination all'Oscar. Ma ci risiamo: la statuetta gli viene soffiata da Philip Seymour Hoffman per "Truman Capote. A sangue freddo".

    Lo scorso anno, Ledger aveva fatto parte del cast di "I'm not there", il film di Todd Haynes sulla vita di Bob Dylan, in cui interpreta la rockstar in una fase della sua vita. Il suo ultimo lavoro era stato "The Dark Knight", sequel di "Batman Begins", nel ruolo di Joker (primo attore non americano nei panni del personaggio). Il che aveva provocato l'ira di Jack Nicholson, che aveva interpretato Joker nel Batman di Tim Burton, nel 1989. La star non aveva condiviso la scelta dicendo, in un'intervista, che avrebbe voluto almeno essere consultato. Ma il regista Christopher Nolan aveva motivato la sua decisione parlando di Ledger come di un "attore ricco di talento e pronto a ogni sfida".

    Ledger aveva una figlia, Matilda Rose, nata nel 2005 dalla relazione con Michelle Williams (finita nel settembre 2007), conosciuta proprio sul set di I segreti di Brokeback Mountain. Prima della Williams, l'attore era stato a lungo legato all'attrice Naomi Watts e, prima ancora, alla collega Heather Graham. Nel 2007 era stato eletto, dalla rivista Empire Magazine, come uno dei "100 attori più sexy del mondo". Quanto al futuro, "non sono bravo a fare progetti - aveva detto di recente in un'intervista - non programmo mai nulla. Non ho un'agenda né un diario. Vivo esclusivamente nel presente. Non nel passato, e nemmeno nel futuro".

    (22 gennaio 2008)

    Articolo tratto da " La Repubblica.it "
    Per il VIDEO DELL'ULTIMA INTERVISTA----> QUI


    In una recente intervista aveva anche detto : " La morte non mi spaventa..."
    sembrava quasi se lo sentisse....
    ma io voglio ricordarmelo con quel viso da furbetto e quel sorriso enigmatico ma al tempo stesso solare che lo contraddistingueva.
    Riposa in pace...Heath.








    VIDEO TRATTO DAL FILM "CASANOVA"


     


    æææ La Rabbia e L'Orgoglio æææ

     

     Forse una provocatrice...forse SEMPLICEMENTE una DONNA che non è stata capita fino in fondo...

     

     

     

    Oriana Fallaci

    Io sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io la cittadinanza americana non l'ho mai chiesta. Anni fa un ambasciatore americano me la offrì sul Celebrity Status, e dopo averlo ringraziato gli risposi: «Sir, io all'America sono assai legata. Ci litigo sempre, la rimprovero sempre, eppure le sono profondamente legata. L'America è per me un amante anzi un marito al quale resterò sempre fedele. Ammesso che non mi faccia le corna. Voglio bene a questo marito. E non dimentico mai che se non si fosse scomodato a fare la guerra a Hitler e Mussolini, oggi parlerei tedesco. Non dimentico mai che se non avesse tenuto testa all' Unione Sovietica, oggi parlerei russo. Gli voglio bene e m'è simpatico. Mi piace ad esempio il fatto che quando arrivo a New York e porgo il passaporto col Certificato di Residenza, il doganiere mi dica con un gran sorriso: Welcome home. Benvenuta a casa. Mi sembra un gesto così generoso, così affettuoso. Inoltre mi ricorda che l'America è sempre stata il Refugium Peccatorum della gente senza patria. Ma io la patria ce l'ho già, Sir. La mia Patria è l'Italia, e l'Italia è la mia mamma. Sir, io amo l'Italia. E mi sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la cittadinanza americana». Gli risposi anche che la mia lingua è l'italiano, che in italiano scrivo, che in inglese mi traduco e basta. Nello stesso spirito in cui mi traduco in francese, cioè sentendolo una lingua straniera. E poi gli risposi che quando ascolto l'Inno di Mameli mi commuovo. Che a udire quel Fratelli-d'Italia, l'Italia-s'è-desta, parapà-parapà-parapà, mi viene il nodo alla gola. Non mi accorgo nemmeno che come inno è bruttino. Penso solo: è l'inno della mia Patria. Del resto il nodo alla gola mi vien pure a guardare la bandiera bianca rossa e verde che sventola. Teppisti degli stadi a parte, s'intende. Io ho una bandiera bianca rossa e verde dell'Ottocento. Tutta piena di macchie, macchie di sangue, tutta rosa dai topi. E sebbene al centro vi sia lo stemma sabaudo (ma senza Cavour e senza Vittorio Emanuele II e senza Garibaldi che a quello stemma si inchinò noi l'Unità d'Italia non l'avremmo fatta), me la tengo come l'oro. La custodisco come un gioiello. Siamo morti per quel tricolore, Cristo! Impiccati, fucilati, decapitati. Ammazzati dagli austriaci, dal Papa, dal Duca di Modena, dai Borboni. Ci abbiamo fatto il Risorgimento, col quel tricolore. E l'Unità d'Italia, e la guerra sul Carso, e la Resistenza. Per quel tricolore il mio trisnonno materno Giobatta combatté a Curtatone e Montanara, rimase orrendamente sfregiato da un razzo austriaco. Per quel tricolore i miei zii paterni sopportarono ogni pena dentro le trincee del Carso. Per quel tricolore mio padre venne arrestato e torturato a Villa Triste dai nazi-fascisti. Per quel tricolore la mia intera famiglia fece la Resistenza e l'ho fatta anch'io. Nelle file di Giustizia e Libertà, col nome di battaglia Emilia. Avevo quattordici anni. Quando l'anno dopo mi congedarono dall'Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, mi sentii così fiera. Gesummaria, ero stata un soldato italiano! E quando venni informata che col congedo mi spettavano 14.540 lire, non sapevo se accettarle o no. Mi pareva ingiusto accettarle per aver fatto il mio dovere verso la Patria. Poi le accettai. In casa eravamo tutti senza scarpe. E con quei soldi ci comprai le scarpe per me e per le mie sorelline.
    Naturalmente la mia patria, la mia Italia, non è l'Italia d'oggi. L'Italia godereccia, furbetta, volgare degli italiani che pensano solo ad andare in pensione prima dei cinquant'anni e che si appassionano solo per le vacanze all'estero o le partite di calcio. L'Italia cattiva, stupida, vigliacca, delle piccole iene che pur di stringere la mano a un divo o una diva di Hollywood venderebbero la figlia a un bordello di Beirut ma se i kamikaze di Usama Bin Laden riducono migliaia di newyorchesi a una montagna di cenere che sembra caffè macinato sghignazzan contenti bene-agli-americani-gli-sta-bene. L'Italia squallida, imbelle, senz'anima, dei partiti presuntuosi e incapaci che non sanno né vincere né perdere però sanno come incollare i grassi posteriori dei loro rappresentanti alla poltroncina di deputato o di ministro o di sindaco. L'Italia ancora mussolinesca dei fascisti neri e rossi che ti inducono a ricordare la terribile battuta di Ennio Flaiano: «In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti». Non è nemmeno l'Italia dei magistrati e dei politici che ignorando la consecutio-temporum pontificano dagli schermi televisivi con mostruosi errori di sintassi. (Non si dice «Credo che è»: animali! Si dice «Credo che sia»). Non è nemmeno l'Italia dei giovani che avendo simili maestri affogano nell'ignoranza più scandalosa, nella superficialità più straziante, nel vuoto. Sicché agli errori di sintassi loro aggiungono gli errori di ortografia e se gli domandi chi erano i Carbonari, chi erano i liberali, chi era Silvio Pellico, chi era Mazzini, chi era Massimo D'Azeglio, chi era Cavour, chi era Vittorio Emanuele II, ti guardano con la pupilla spenta e la lingua pendula. Non sanno nulla al massimo sanno recitare la comoda parte degli aspiranti terroristi in tempo di pace e di democrazia, sventolare le bandiere nere, nasconder la faccia dietro i passamontagna, i piccoli sciocchi. Gli inetti. E tantomeno è l’Italia delle cicale che dopo aver letto questi appunti mi odieranno per aver scritto la verità. Tra una spaghettata e l’altra mi malediranno, mi augureranno d’essere uccisa dai loro protetti cioè da Usama Bin Laden. No, no: la mia Italia è un'Italia ideale. È l'Italia che sognavo da ragazzina, quando fui congedata dall'Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, ed ero piena di illusioni. Un'Italia seria, intelligente, dignitosa, coraggiosa, quindi meritevole di rispetto. E quest'Italia, un'Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade. Perché, che a invaderla siano i francesi di Napoleone o gli austriaci di Francesco Giuseppe o i tedeschi di Hitler o i compari di Usama Bin Laden, per me è lo stesso. Che per invaderla usino i cannoni o i gommoni, idem.

     

    LA DONNA COLTA

    E' una donna colta. Ha una profonda conoscenza della Storia. Ad esempio, la storia della Rivoluzione Americana, della Rivoluzione Francese, del Risorgimento Italiano, dell'Unità d'Italia... (del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale dice: "Quella è roba che ho studiato sulla mia pelle"). Ovviamente conosce altrettanto bene la storia della letteratura e, in quanto fiorentina, ha una quasi naturale esperienza di storia dell'arte. Ama la musica e la matematica, e del resto sulla matematica ha costruito il romanzo Inshallah. La cultura è, insieme alla politica, una ossessione che le scorre nel sangue. E tale ossessione le viene da due genitori per i quali i libri (faticosamente comprati a rate) erano addirittura uno status symbol. Le viene anche dal mitico zio Bruno, il famoso giornalista Bruno Fallaci. Uomo coltissimo, lo-zio-Bruno, e per il quale ha sempre nutrito una ammirazioene profonda. Infatti il libro è dedicato sia ai suoi genitori che a lui. L'insulto più violento che possa rivolgerti è: "Ignorante, analfabeta, somaro".
    Di ignoranza accusa i politici, gli intellettuali, i giornalisti. È entrata nel giornalismo a diciassette anni. Al giornalismo ha dedicato la maggior parte della sua vita. Nel giornalismo si è rivelata e distinta come e quanto tutti sanno. Al giornalismo riconosce di dovere molto. ("Mi ha regalato l'avventura, la conoscenza, l'esperienza. E, soprattutto, l'esercizio dello scrivere per il giornalismo mi ha insegnato a scrivere"). Malgrado ciò non ama essere definita giornalista.
    Da vent'anni ha abbandonato il mestiere, senza rimpianti. Vi tornò soltanto una volta e per pochissimi mesi, cioè durante la Guerra nel Golfo. Guerra alla quale partecipò per pura curiosità: "Volevo vedere una guerra tecnologica. E vidi solo uno show per la Cnn". Dell'esistenza trascorsa lavorando per i giornali dice: "Ero uno scrittore prestato al giornalismo".
    Una volta qualcuno le chiese: "Che cosa vorrebbe incidere sulla lapide della sua tomba?"
    Senza esitazione rispose: "Oriana Fallaci, scrittore". Dice che avrebbe potuto fare molti altri mestieri: il medico, la ballerina classica, l'archeologo, il militare. Ma aggiunge: "Anche se mi fossi data a un altro mestiere, avrei finito per fare lo scrittore.
    Anche lo scrittore. E, in particolare, il romanziere". A sedici anni, quando dette gli esami di maturità al liceo Galileo Galilei di Firenze, ebbe il massimo dei voti in Italiano per la sua conoscenza della letteratura inglese e italiana e per il tema che aveva sviluppato: "Il concetto di Patria dalla Polis greca ad oggi". Lo risolse in maniera così audace che i membri della commissione esaminatrice lo giudicarono scandaloso. Ma era scritto così bene che si videro costretti a darle dieci. Eppure odia scrivere. "Scrivere è il mestiere più faticoso del mondo. Io a scrivere mi stanco anche fisicamente. Mi stanco come un facchino, come un minatore, come quelli che fanno un mestiere manuale e pesante". Ma non le riesce fare a meno di scrivere. Quando seppe di avere il cancro, non chiese all'oncologo quanti anni le restassero da vivere. Chiese: "Quanti libri mi restano da scrivere?".
     
    L'ALIENO
    Alieno è il nome che dà al cancro. Realtà di cui dice: "Io sono convinta che il cancro sia un malanno intelligente, una creatura
    che pensa. Quando dieci anni fa mi tolsero quello grosso, dissi: "Voglio vederlo". E due giorni dopo lo guardai al microscopio. Visto così non era che un sasso bianco. Pulito, quasi grazioso. Sezionato, invece, sembrava una folla di persone impazzite.
    Sai la folla che va ai concerti rock, o ai comizi del Papa? C'era qualcosa, in questo mucchio di cellule che si litigavano tra loro, che faceva pensare a una creatura d'un altro pianeta. Interessantissimo. Da allora lo chiamo l'Alieno ed ho con lui un dialogo molto intenso. Lo stesso tipo di dialogo che potrei avere con Usama Bin Laden se mi trovassi a tu per tu con lui.
    Come nel caso di Bin Laden, non so dove attualmente si nasconda. In quale caverna, in quale regione del mio corpo.
    Ma so che c'è, so che vuole uccidermi, che mi ucciderà, e di conseguenza gli faccio un discorso. Gli dico: "Sei intelligente però sei stupido. Stupido e stronzo. Non capisci che esisti perché esisto io, che per vivere hai bisogno di me. Ergo, se mi ammazzi, muori con me. Non ti merita tentar di convivere con me o lasciarmi concludere quel che devo concludere?"
    Il mio oncologo, che poi è una oncologa, pensa che io abbia ragione. Pensa che il cancro si possa tenere a bada col cervello più di quanto lo si tenga a bada con la chirurgia o la chemioterapia o la radioterapia. Comunque stiano le cose, resta il fatto che, corna facendo, con quel discorso io lo tengo a bada da alcuni anni. Parlo con lui e parlo di lui. Non nascondo mai di avere il cancro e trovo sbagliato che qualcuno lo faccia. Manco l'avere il cancro fosse una vergogna o una colpa.
    Trovo mostruoso che alcuni lo definiscano "malattia inguaribile". Perché inguaribile? Non è vero che è inguaribile!
    Si può guarire eccome! È una malattia come le altre. Come l'epatite virale, la polmonite, o il mal di cuore. Non è neanche una malattia antipaticissima in quanto non è una malattia contagiosa. È addirittura una delle poche malattie non contagiose che esista al mondo! E io gli devo molto. Prima di avere l'Alieno, I took all for granted. Voglio dire, tutto mi sembrava dovuto. Il sole,
    il cielo azzurro, il miracolo della vita... Da che ho lui assaporo di più la vita. Apprezzo il sole, il cielo azzurro e la pioggia, la nebbia,
    il caldo, il freddo. La Vita. Insomma, il miracolo della Vita. E poi al mio Alieno devo il fatto d'aver trovato il coraggio di scrivere il romanzo che non avevo mai avuto il coraggio di incominciare perché sapevo quanto sarebbe stato lungo e difficile. Il romanzo a cui alludo nella prefazione de La Rabbia e l'Orgoglio. Lo rinviavo da una vita, quel libro. Ma quando l'Alieno mi attaccò dissi: "Perbacco, qui si muore. Bisogna che mi metta subito al lavoro"".
     
    IL FUMO

    Compra le sigarette a dodici, quindici cartoni per volta. Gliele consegnano in un grande sacco nero di plastica, simile ai sacchi della spazzatura. Sono sigarette speciali, che si trovano soltanto a New York da Sherman's. Un pronipote del Generale Sherman, quello della Guerra Civile. Si chiamano "Virginia Circles", e alterna le "Virginia Circles" con i "Sigarettellos".
    In entrambi i casi, sigarette che sembrano piccoli sigari perché la carta che le riveste è marrone. È assolutamente convinta delle loro virtù terapeutiche. "Fumare" dice "disinfetta i polmoni". E guai a chi attribuisce il cancro alle sigarette. Perde la sua compostezza di antica-signora, e urla: "Questa storia delle sigarette e del fumo è l'alibi di ogni ignoranza. Più un medico è ignorante, più attribuisce le malattie al fumo. Sei malato di cuore? Colpa del fumo. Hai mal di stomaco? Colpa del fumo.
    Hai un callo al piede, un cancro al seno o ai polmoni? Colpa del fumo. Mia madre non fumava, ed è morta di cancro.
    Mio padre non fumava, ed è morto di cancro. Mia sorella Neèra non fumava, ed è morta di cancro. Lo zio Bruno non fumava ed
    è morto di cancro. Mia sorella Paola non ha mai fumato e il cancro se l'è beccato prima di me. In casa mia si muore soltanto di cancro. E, vedi caso, a me è venuto per ultima. Vale a dire quando eravamo rimaste soltanto io e la Paola.
    Comunque le sigarette non c'entrano. Se nel mio caso il fumo c'entra, è il fumo che respirai nel Kuwait subito dopo la fine della Guerra nel Golfo. Ricordate i pozzi di petrolio bruciati da Saddam Hussein? Io la chiamo la Storia della Nuvola Nera.
    Ero con un plotone di marines nel deserto, e d'un tratto il vento ruppe la coda della Nuvola Nera. Una fuliggine densa, melmosa, attaccaticcia, scese su di noi. Ci avvolse in un buio totale. Fummo costretti a fermarci perché andando alla cieca avremmo rischiato di finire sulle mine. Fermi restammo circa un'ora e mezza. E quando tutto passò eravamo mezzi morti. Fummo raccolti, portati all'ospedale militare dove i marines furono ricoverati in infermeria. Io invece dovetti tornare a Dahran per scrivere l'articolo. Nei giorni seguenti stetti molto male, e mentre stavo così male mi capitò di intervistare un alto funzionario del Ministero del Petrolio al quale raccontai tutto. Mi chiese: "Lei fuma?" "Eccome" risposi. "Beh, dentro la Nuvola Nera ha respirato l'equivalente di dieci miliardi di sigarette. D'ora innanzi può fumare quel che vuole". Un anno e mezzo dopo, esattamente quando i quattrocentocinquanta marines che avevano respirato la Nuvola Nera furono ricoverati nei vari ospedali americani, soprattutto quello di Bethesda, il cancro venne anche a me.
    E devo ammettere che prima dell'operazione feci un fioretto: promisi a me stessa che non avrei fumato mai più.
    Ma, quando mi svegliai dalla narcosi, ai piedi del mio letto v'erano due dei chirurghi che mi avevano operato ed entrambi fumavano. "Allora?!?" chiesi sbalordita. "Signora Fallaci" risposero "il cancro è genetico. Non c'entra con le sigarette".
    "In tal caso, datemene subito una" replicai. Ripresi a fumare lì nel letto della clinica. E da quel giorno non ho più smesso".
    Fuma tanto, sì. Ma con molta cautela, in realtà. Senza aspirare. Più che un desiderio di fumo, infatti, il suo è un gesto nervoso.
    Un tic. Accendere la sigaretta, portarla alla bocca, stringerla tra i denti. Il tic si fa frenetico in due casi: quando è molto tesa e quando scrive. Non sa scindere l'azione dello scrivere dal gesto di fumare. C'è una simbiosi tra il suo battere a macchina e il
    suo fumare, il suo scrivere e il suo fumare. In altre parole, usa la sigaretta come nel milleottocento e agli inizi del millenovecento certi scrittori usavano l'alcool. Fuma per scrivere. Cioè come per scrivere loro si ubriacavano.
    L'alcool le è sconosciuto. "Non mi sono mai ubriacata in vita mia. Non so nemmeno cosa significhi essere ubriachi".
     
    LA VECCHIAIA

    Non ha paura della vecchiaia. Anzi le piace. La rispetta. E verso di essa non ha alcun rancore.
    "Io non capisco" dice "le stupide e gli stupidi che si vergognano ad essere vecchi e tentano di apparire meno vecchi, meno vecchie, di quello che sono. Gli uomini che vogliono nascondere la calvizie, ad esempio. Le donne che si fanno la plastica, che
    a settant'anni si disperano per un capello bianco. Io non faccio, non ho mai fatto, queste scemenze. Sebbene dimostri anzi abbia sempre dimostrato meno anni di quel che dice lo Who's who, porto e ho sempre portato dignitosamente la mia età.
    Non mi do e non mi sono mai data le creme per ringiovanire. Non mi faccio e non mi sono mai fatta la plastica. Mi dispiace tanto non avere capelli bianchi e sono gelosa di mia sorella Paola che essendo assai più giovane di me ha i capelli grigi. Sono così belli, i capelli grigi. Sono così chic, i capelli bianchi. Cristo, darei l'anima per avere i capelli bianchi o almeno grigi, insomma per dimostrare anche da lontano la mia età. La vecchiaia è una conquista, è una fortuna, visto che l'alternativa è il cimitero: sì o no?"
    E poi, tutta contenta: "Ascoltatemi bene, voi giovani. È una splendida stagione, la vecchiaia. Perché è la stagione che ci regala
    il dono della completa libertà. Io in gioventù non mi sentivo veramente libera. Esercitavo la libertà ma non mi sentivo veramente libera. La libertà di cui usufruivo era una libertà politica, non una libertà interiore. Psicologica. A togliermi la libertà psicologica v'era la tirannia degli adulti, degli insegnanti, degli stessi genitori, nonché la tirannia che i maschi esercitano sulle femmine.
    La libertà completa io l'ho imparata, l'ho guadagnata, crescendo. E neanche nell'età matura mi sono sentita del tutto libera.
    Ho incominciato a sentirmi più libera solo quando le rughe si sono fatte più intense. Più intense erano, più mi sentivo libera.
    Meno temevo i giudizi degli altri, le loro prepotenze, le loro tirannie. E al momento in cui le rughe sono giunte dove sono ora,
    mi sono sentita completamente libera. La vecchiaia è una catarsi. Non temi più nulla e nessuno nella vecchiaia. L'unico rischio
    è che se non hai senso etico, (e io ne ho da vendere) credi che tutto ti sia lecito. Perché da vecchio sai di più, capisci di più.
    Hai un capitale di conoscenza e di sapienza che in gioventù non ti sogni nemmeno e di cui nell'età matura disponi solo in parte... Il cervello si raffina, da vecchio. Si perfeziona. E nel medesimo tempo, paradossalmente, si arricchisce di curiosità che prima non avevi. Perché da giovane sei presuntuoso. Non sai un cavolo e ti sembra di sapere tutto.
    Da vecchio, invece, socraticamente ti accorgi di sapere troppo poco. Diventi anche consapevole della brevità della vita.
    E in questa consapevolezza ti viene una gran voglia di produrre ciò che ancora non hai prodotto. Allora, sorretto da una energia nuova, cerchi di colmare quel vuoto. Alla svelta, alla svelta. Studi, leggi, produci, senza perdere tempo...
    Io non capisco nemmeno chi va in pensione. La pensione è una rinuncia. È una resa. Quelli che vanno in pensione appassiscono subito. Appassiti pensano, appassiti camminano, da appassiti si fanno trattare... È un suicidio la pensione. Un suicidio".
    Quel suicidio lei non lo ha commesso, non lo commette davvero. Lavora con tale intensità che è difficile starle dietro.
    Dieci anni fa andò alla Guerra del Golfo. E stavolta alla guerra in Afghanistan non c'è andata soltanto perché stava scrivendo
    La Rabbia e l'Orgoglio. "In Afghanistan avrei dovuto superare il problema fisico, è vero. Non solo il problema dell'età quanto quello della malattia. L'Alieno ti logora, credi. Ti indebolisce, e ammettiamolo: da vecchi non si possono più fare le cose che si fanno da giovani. Il tuo corpo diventa come il motore di un'automobile che ha fatto troppi chilometri, le tue gambe non corrono
    più come prima, i tuoi polmoni non respirano più come prima e ogni tanto il tuo cuore fa cilecca. Alla Guerra del Golfo avevo tutta l'esperienza necessaria, ormai, per seguire una guerra. Ma quando mi hanno detto che per seguire i marines nel deserto avrei dovuto impegnarmi a portare uno zaino di trentacinque chili, m'è venuto un accidente. Non potevo più, non posso più, portare trentacinque chili addosso. Dovetti rinunciare a una certa azione nel deserto a causa del fottuto zaino, dei fottuti trentacinque chili. Però fui tra i primissimi a raggiungere Kuwait City. Senza zaino, fui l'unica a volare nel cielo iracheno con lo stratotanker, a rischiare la contraerea irachena. Senza zaino catturai nel deserto quattro prigionieri iracheni. Cosa che mi divertì moltissimo perché la vecchiaia rafforza il senso di ironia. Anzi di autoironia".
    Le dispiace di aver messo da parte ogni possibile progetto di andare in Afghanistan perché stava scrivendo La Rabbia e l'Orgoglio? "Sì e no. E più no che sì. Perché a parte il fatto che d'inverno in Afghanistan c'è un freddo boia e io il freddo non lo posso sopportare, sono troppo magra per sopportarlo, in tutta la mia vita non ho mai seguito una guerra in un paese freddo,
    le guerre viste da vicino mi sono venute a noia. Classiche o tecnologiche, gratta gratta sono tutte uguali. Risultato, ti ci abitui e
    a un certo punto t'accorgi di raccontare sempre le solite cose. I soliti scoppi, le solite morti, le solite tragedie. Infatti dopo la guerra in Vietnam, ogni volta che sono andata a una guerra ho avuto l'impressione di vedere il già visto, scrivere il già scritto.
    E un giorno mi sono detta basta: non posso ripetermi, non voglio ripetermi, non devo ripetermi".Ultima battuta sulla vecchiaia: "Ah, se la vecchiaia potesse durare in eterno! Ha un solo difetto, questa splendida stagione della vita: non dura e si conclude come sappiamo. Su questo sono assolutamente d'accordo con Anna Magnani.
    La Magnani odiava la morte quanto la odio io.
    E un giorno mi disse: "Porca miseria, è così ingiusto morire dal momento che siamo nati"".

     

    KURT COBAIN ( SUO SCRITTO)

     

     

    Nacqui il 20 febbraio 1967 ad Aberdeen, una cittadina nello stato di Washington, pervasa da un senso di depressione dove impera l'alcoolismo, e dove tutto è permeato dall'idea che dobbiamo vergognarci delle nostre radici.
    Mio padre faceva il meccanico e mia madre alternava un impiego da barista a quello di segretaria d'ufficio.
    Abitavo in una casa a due piani, con tutti gli agi piccolo-borghesi.
    Ebbi un'infanzia felice, almeno fino a nove anni...poi tutto crollò...BRUSCAMENTE.
    Il solito caso di divorzio.Questa volta pero' fu tra mio padre e mia madre e io fui affidato ai parenti.
    Prima un parente...poi un altro e...un altro ancora.
    Per me tutto divento' nero e cominciai ad essere sempre piu' depresso.
    L'ultimo parente che mi ospito' fu mio nonno; gran testa di cazzo d'aspetto simile a Breznev, il suo massimo d'intelligenza erano le battute razziste.Si becco' un cancro al colon, e tutt'ora penso che se lo sia meritato.Da ragazzo ero sempre in paranoia, mi chiudevo nella mia stanza e ascoltavo musica.Mi feci prestare "Sandinista".
    Era un disco disgustoso.
    La colpa fu proprio dei Clasch se non mi immersi subito nel Punk.
    A 17 anni mi trovai sotto un ponte, nel vero senso della parola, i nonni mi avevano cacciato di casa.Il ponte è quello che collega Aberdeen a Cosmopolis.Fu allora che mi misi a lavorare, pulivo i cessi di un albergo ad Aberdeen e nel frattempo studiavo come igienista per studi odontoiatrici.Bello il rapporto tra cessi e bocche.
    La mia prima condanna la beccai nel 1985.Mi presero e mi denunciarono per vandalismo.
    Andavamo in giro a tracciare scritte provocatorie sui muri delle case, sulle saracinesche, sulle vetrine e sulle auto: 'dio è gay'...'omosessualità al potere' e cazzate del genere.
    Trenta giorni di carcere e 180 dollari di multa.Me la cavai con la condizionale.
    La mia prima canna me la fumai al concerto di Sammy Hagar a Seattle.
    Dopo due tiri ero sballato perso.Ero così fuori che giocherellando con un accendino che tenevo in tasca finii per bruciare la tasca stessa.
    Furono i 'melvins' a farmi innamorare del Punk.
    Andavo a tutte le loro prove, e tutte le volte finiva che mi sbronzavo.
    La mia prima band come nome aveva 'Skid Row'.Oltre a me e all'onnipresente Chris Novoselic vedeva alla batteria uno stronzo di Aberdeen prescelto solo perchè era l'unico in città ad avere una batteria.Poi arrivarono i Nirvana.
    Il primo concerto dei Nirvana a Seattle fu un disastro assoluto.Salimmo sul palco del Central Tavern e ci accorgemmo che in tutto erano presenti tre persone di cui una era il tecninco del suono.
    Riuscimmo a farci ingaggiare dalla Sub pop ma, dopo un anno di tentativi per farci pubblicare un disco, dovemmo ricorrere alle nostre tasche per veder realizzato il nostro primo vinile.
    Ci costò la bellezza di 606 dollari, una cifra alquanto ridicola, che però ci svenò, o meglio svenò il nostro secondo chitarrista.Quest'ultimo poi ebbe vita breve nel gruppo per il suo fare troppo da metallaro.
    Con l'uscita di Bleach, nostra prima fatica, iniziammo il tour.
    Fu appunto in tournè che ci accorgemmo che la Sub Pop ci andava stretta.Il pubblico si presentava numeroso ai nostri concerti, ma si lamentava dell'introvabilità del nostro disco.Normale amministrazione quando sei a contatto con una 'indie'.
    In Inghilterra ci riservarono una grande accoglienza e così su tutto il Vecchio Continente.Fu un grande tour, ma fu anche un grande inferno sopratutto per gli spostamenti, che effettuavamo su di un furgone ammassati l'uno sull'altro, per il cibo, che era sempre più scarso, per il tempo libero, che era pochissimo ed infine per il rimborso spese della Sub Pop.Tutto questo ci spinse a cercare una 'Major' discografica.
    Fu così che nel 1991 firmammo per la Dgc. divisione della Geffen Records.Ottenemmo il cento per cento di garanzie sul fatto che noi e solamente noi avessimo controllo creativo sul nostro lavoro.
    Con l'uscita di Nevermind i Nirvana iniziarono la scalata alle Top Ten e raggiungemmo il primo posto nel gennaio 1992 con quasi tre milioni di copie vendute.
    A febbraio, dopo mesi che il consumo di pasticche e roba varia era salito verticosamente, e che la stampa giornalistica ci girava intorno, mi sposai con Courtney Love e l'America puritana insorse contro i nuovi 'eroi maledetti', definendoci 'coniugi depravati' oltre che a descriverci come perversi tossicodipendenti, cinici arrivisti e futuri genitori irresponsbaili.
    Ad agosto dovemmo annullare un concerto a Seattle perchè mi ricoverarono in ospedale per i miei problemi allo stomaco...ormai sempre più ricorrenti.alcuni giorni dopo nacque mia figlia Frances Bean Cobain subito definita tossicodipendente dal Globe.
    Il controllo sul nostro lavoro ci stava a poco a poco scappando di mano ed eravamo ormai in balia dello show business.
    nel settembre del 1993 uscì sul mercato In Utero.
    >Nel febbraio 1994 cominciò il tour in Italia e un mese dopo mi ritrovai in coma per un miscuglio di psicofarmaci e alcool.La stampa avanzò l'ipotesi del tentato suicidio.
    I Nirvana erano praticamente esauriti.Eravamo arrivati alla ripetitività, alla pura routine....al capolinea.
    Non avevamo nuovi obiettivi, nuove strade da percorrere, nuove aspettative.Il momento magico successivo all'uscita di Nevermind era finito; l'entusiasmo e il feeling con il pubblico erano svaniti.
    Eravamo una macchina per produrre soldi a palate ed eravamo circondati da gente che non faceva altro che leccarci il culo.
    Ho perso la gioia di vivere.Meglio andarsene con una vampata, che morire giorno dopo giorno.

    A volte mi sembra di timbrare il cartellino, quando sto per salire sul palco.Da anni ho perso il gusto della vita e non posso continuare ad ingannare tutti.
    Il peggior crimine è l'inganno.

    Ho bisogno di staccarmi dalla realtà per ritrovare l'entusiasmo che avevo da bambino.Sono anni che non provo più niente.

    Ho perso tutto l'entusiasmo.Anche la mia musica non è più sincera."

    Kurt Cobain è stato trovato morto l'8-4-1994 con un colpo di fucile alla testa.

    La Storia di MR. LEE

     
     
    BRANDON LEE
    Brandon nacque all'East Hospital di Oakland il 1° febbraio 1965. Suo padre Bruce Lee era un campione di Arti Marziali che da qualche anno aveva intrapreso la strada del cinema d'azione. Bruce era molto orgoglioso di aver avuto un maschietto così come il nonno, Lee Hoi Chuen, il quale riuscì ad avere la notizia appena in tempo, visto che una settimana dopo la nascita del nipotino si spense.

    Bruce e la moglie Linda scelsero di battezzarlo con il nome di Brandon Bruce Lee, dopo molti consulti tra di loro optarono per questo nome tutto americano. Non si può certo dire che l'infanzia di Brandon sia stata delle più tranquille; forse a causa dei continui spostamenti della famiglia non riusciva a prendere sonno, piangeva continuamente e questo influì notevolmente sulla sua salute. Iniziò a praticare le arti marziali, con ottimi risultati, sin dall'età di quattro anni sotto la guida del padre il quale usava lo stile Wing Chun del Kung Fu, allora poco conosciuto.

    Brandon voleva molto bene al padre ma il fatto d'essere suo figlio gli creò non pochi problemi .- Il solo fatto di essere il figlio di Bruce Lee spingeva i miei coetanei a fare a botte con me -, ricordava Brandon - solo per potersi gloriare di aver pestato il figlio di un illustre campione come mio padre. Per fortuna avevo imparato a difendermi bene tanto da avere sempre la meglio su gli altri. Ma se da un lato non riuscivano a picchiarmi, dall'altro a me non era consentito di picchiare. Così ogni volta che le suonavo a qualcuno, arrivava puntualmente una denuncia da parte dei genitori del ragazzo. Queste continue risse costarono a Brandon l'espulsione da diverse scuole. Spesso finiva sui giornali visto che il figlio di Bruce Lee "violento come il padre" faceva notizia.

    Quando si trasferirono a Hong Kong, Brandon fu iscritto a La Salle College, lo stesso frequentato dal padre da bambino. Lì fece la prima e la seconda. I suoi compagni erano tutti cinesi ma le lezioni erano in lingua inglese, tenute da preti cattolici, per questo Brandon imparò a parlare bene tutte e due le lingue. scuola era molto bravo, così quando tornarono in America poté saltare addirittura la terza - Bruce e Brandon erano molto uniti. Giocavano insieme, praticavano il Kung Fu insieme, viaggiavano insieme e leggevano insieme.

    Brandon veva otto anni quando il padre morì. Mi riuscì difficile spiegarli che l'eroe della sua vita non sarebbe più tornato a casa -, spiega la moglie di Bruce, - Brando si chiuse in se, parlava poco, si sentiva un grosso peso sulle spalle, era lui oramai l'unico uomo di casa e spettava soltanto a lui prendersi cura della madre e della sorellina Shannon. - Ho un ricordo preciso dell'ultimo giorno di vita di mio padre -, diceva Brandon, - la lavorazione del film -, stava debuttando in America con "I tre dell'operazione Drago", - era stata interrotta, credo per un incidente, lui s'era trovato ad avere insperatamente una mezza giornata libera e aveva deciso di dedicarla a me. Mi ha portato in giro per Hong Kong, facendomi vedere i luoghi della sua infanzia. Il mio spirito è almeno per metà orientale, ho sempre creduto alle premonizioni e penso che quel giorno papà sentisse il bisogno di parlarmi di sé, di lasciarmi una testimonianza del suo passato. come se intuisse che non avremmo più avuto modo di stare insieme.

    Di certo quello è stato il momento in cui l'ho sentito più vicino, e ancora oggi se chiudo gli occhi mi rivedo con lui per le strade di Hong Kong e mi sembra di sentire la sua voce, che era molto dolce e pacata -. L'anno successivo alla morte del padre si spostò a Los Angeles, dove frequentò con regolarità la scuola. Cominciava già a mostrare predilezione per la recitazione. A diciotto anni si trasferisce a Boston, dove frequenta l'Emerson College. Di lì successivamente a New York ed è lì che si rende conto che la sua vera vocazione è recitare, cosa che sentiva già da tempo, ma si era sempre trattenuto per evitare il confronto molto difficile con il padre. Così decide di lasciare l'università e di frequentare un corso di recitazione finendo per esordire in teatro. - Anche in questo caso avevo scelto il palcoscenico per non confrontarmi con mio padre, che aveva fatto solo televisione e cinema -, racconta Brandon, - preferivo riprendere la tradizione di famiglia da mio nonno Li Hoi Chuen, interprete del teatro classico cinese. Ma quando in seguito mi hanno proposto di girare un film a Hong Kong ho finito per cedere, pensando che dovevo smettere d'essere condizionato dal mito di mio padre. Poi, però, ho scoperto che mi avevano scritturato unicamente perché ero il figlio di Bruce Lee, perché il mio nome avrebbe incuriosito e attirato il pubblico.

    E a quel punto, deluso e demoralizzato, sono tornato in America e o ripreso a fare teatro, accontentandomi di piccoli ruoli e di paghe da fame e scegliendo un nome d'arte, Brandon Graham, nella speranza di liberarmi dell'etichetta di figlio di Bruce Lee. Oggi so cosa significa fare l'attore, si finisce spesso per essere impegnati a tempo pieno, quando si gira un film. Si è sempre sotto pressione, e mio padre doveva seguire anche la sua palestra oltre ad allenarsi per diverse ore al giorno per mantenersi in forma, - ha detto Brandon in un'intervista televisiva di un paio d'anni fa, - eppure non mi ha mai fatto sentire la sua mancanza, trovava sempre il modo sia per giocare con me che per darmi le prime lezioni di arti marziali oppure per raccontarmi delle favole che, poi, erano in realtà delle parabole per insegnarmi a distinguere il bene dal male, a scoprire e apprezzare le cose belle e giuste della vita.

    Mia madre mi ha detto, molti anni dopo, che papà per stare con me rivoluzionava i suoi orari, spesso finiva per allenarsi durante la notte, rubando delle ore al sonno... Aver avuto un padre perfetto, però, può essere un guaio perché io penso che non riuscirei mai ad essere alla sua altezza. Non ho la sua saggezza, la sua profondità spirituale, il suo amore per la vita. Per questo l'idea di avere un figlio mi spaventa un po', perché temo che non potrei mai darli quello che mio padre ha dato a me... -.

    Questo è un brutto periodo per Brandon, non solo per problemi di lavoro, ma soprattutto di famiglia. Sua madre, Linda, quindici anni dopo la morte del marito, ha deciso di risposarsi con uno sceneggiatore. Brandon è contrario perché così facendo sua madre tradisce la memoria di suo padre. Ma poi Linda ha un figlio, Robert, e Brandon cerca di riavvicinarsi a lei, rendendosi conto che dopo così tanti anni passati da vedova, sua madre aveva il diritto di rifarsi una vita.

    Brandon debutta come attore nel 1986 nel ruolo del figlio di un monaco Shaolin, in un film tratto dalla serie televisiva Kung Fu che avrebbe dovuto interpretare suo padre molto tempo prima. - David Carradine -, ci spiega Brandon, - l'attore che aveva occupato il posto di papà e che era un suo allievo di arti marziali, oltre che un amico, ha avuto l'idea di farmi fare la parte di suo figlio, e io ho preso la cosa come un gioco, senza immaginare che una volta cresciuto avrei fatto l'attore sul serio. Papà lavorava a quella serie di telefilm come consulente e istruttore di arti marziali, oltre a fornire spunti per i soggetti, ed è stato lui a delineare il mio personaggio, a scrivere le parti della sceneggiatura che mi riguardavano -.

    Nel 1990 è la volta di Laser Mission, un'avventura piena d'azione e di emozioni. La storia comincia con un'irruzione in una mostra, utilizzando gas mortali, viene rubato il più grande diamante del mondo e rapito il Prof. Braun (Ernest Borgnine), il più grande esperto di armi laser. Il governo, per ritrovare il diamante e il professore ingaggia, per 1 milione di dollari, l'agente speciale Michael Gold (Brandon Lee). L'agente trova aiuto per la missione in Alissa (Debi Monahan), la figlia del Prof. Raun. Il KGB viene a sapere della missione, lo arresta e lo condanna a morte. Riesce a fuggire dal carcere, ma viene braccato dal KGB e da Eckhardt, un commerciante d'armi. Ma missione risulterà impossibile...

    All'inizio degli anni '90 incontra l'amore della sua vita. Una giovane segretaria di produzione, divenuta poi una brava sceneggiatrice, Eliza Hutton, la quale ci racconta: - Ho conosciuto Brandon a New York, casualmente. Pioveva a dirotto e ci siamo quasi accapigliati contendendoci un taxi, poi abbiamo finito per prenderlo tutti e due, dividendo la spesa, e durante il tragitto ci siamo innamorati...

    Sì, è stato il più classico dei colpi di fulmine. Io ignoravo che lui fosse il figlio di Bruce Lee, e anche quando me lo ha detto la cosa mi ha lasciato del tutto indifferente. Non avevo mai visto un film di suo padre, non provavo il minimo interesse per le arti marziali, e tutto questo deve averlo messo a suo agio. Forse era la prima volta che qualcuno si interessava esclusivamente a lui, senza tirare in ballo l'illustre genitore... -. Fu proprio Eliza ad aiutare Brandon facendogli notare che lui è completamente differente, fisicamente, da suo padre. Bruce era alto circa un metro e settanta e Brandon superava il metro e ottanta, il padre un viso tipicamente cinese mentre il figlio una bellezza che mescola fascino orientale e occidentale, caratteristiche ereditate dalla madre.

    Le affinità fra i due giungono anche dal fatto che entrambi si sono innamorati di un'americana. Anche la famiglia Hutton non vede bene il fatto che in famiglia ci sia un mezzo cinese. - Quando si parla di razzismo, negli Stati Uniti, si pensa subito ai bianchi che ce l'hanno con i neri -, ci spiega Eliza, - mentre esiste una forte nei confronti degli orientali, e proprio su questo tema Brandon e io volevamo fare un film.

    Il soggetto era suo, e io stavo già lavorando alla sceneggiatura quando lui è morto. Ma quel film riuscirò a realizzarlo, in un modo o nell'altro, sento di doverlo fare in memoria di Brandon -. Anche Linda non sembrava entusiasta di quella storia d'amore. - Mi sembrava che mio figlio stesse ripercorrendo la stessa strada di Bruce, e questo mi rendeva inquieta -, ci racconta Linda. - Brandon era diventato attore come suo padre, e come lui si era innamorato di una ragazza americana. Inconsciamente forse temevo che potesse andare incontro allo stesso tragico destino di Bruce, e oggi, dopo quanto è successo, mi rendo conto che quei miei dubbi, quelle mie paure, nascevano da una specie di presentimento -.

    Andarono a vivere insieme, senza pensare ancora al matrimonio, perché prima volevano dimostrare alle loro famiglie che il loro era un grande amore e ne volevano il consenso. Eliza faceva anche da agente al suo fidanzato, scegliendo i copioni adatti e i ruoli più adatti per lui.

    Così nel 1991 riesce a fargli ottenere una parte da protagonista, nel film Resa dei conti a Little Tokio. E' la storia di due poliziotti, uno, Dolph Lundgren (visto in Rocky IV), samurai americano legato alle tradizioni orientali e l'altro Brandon Lee, la mente con il fuoco nelle vene. I due finiscono per ingaggiare una lotta furibonda contro la mala giapponese di Los Angeles.

    Il vero protagonista è Lundgren, ma sembra che a Brandon il ruolo di " spalla " vada alquanto stretto. Lui usa lo Jeet Kune Do, forma d'arte marziale inventata da suo padre e il suo partner invece il Kyokushinkai Karate.

    Il periodo favorevole per Brandon non è ancora finito, perché nel 1992 ottiene una parte per Drago d'acciaio. In questo film interpreta Jake Lo, studente di un College di Los Angeles, testimone della morte del padre, ufficiale della U.S. Army massacrato nella rivolta di Tien An Men. Deciso a scoprire la verità, Jake Lo sarà coinvolto nello sporco giro di denaro di Terry Serrano (Nick Mancuso), boss di Chicago, il quale scatena una spietata guerra contro il signore del racket, Kinman Tau. Brandon conosce tutti i segreti del padre, ora tocca a lui combattere! Il film si è rivelato spettacolare in ogni aspetto, sostenuto dall'ottima interpretazione di un autentico nastro nascente delle arti marziali. Brandon incomincia ad assaporare un successo davvero meritato, divenendo non più " il figlio di Bruce Lee ", come lo definivano prima i giornali, ma un'artista emergente che nel 1992, tramite un referendum, viene eletto " il giovane attore più sexy dell'anno ".

    Un anno dopo rifiuta di interpretare suo padre in The Dragon - The Bruce Lee story. Il film biografico è tratto da un libro scritto da Linda, vedova di Bruce e Brandon rifiuta anche quando i produttori arrivano ad offrirli un compenso di tre miliardi di lire.

    Accetta invece di girare Il Corvo per una somma molto inferiore, circa un miliardo e duecento milioni. - Amore e odio, ecco i sentimenti che provo nei confronti di mio padre -, ricordava Brandon. - Amore, perché anche se avevo solo otto anni quando è morto conservo di lui un ricordo vivissimo, lucido, quello di un padre tenerissimo e di un severo maestro di arti marziali e di vita. Odio, perché crescere con l'etichetta di figlio di un mito è stato molto difficile, in certi momenti traumatizzante.

    Spesso ho avuto paura di non riuscire a liberarmi della sua presenza, di non poter sfuggire a un confronto che non poteva che essere impari e a mio sfavore, di non essere in grado di vivere un'esistenza che mi appartenesse pienamente. Molti figli sognano d'essere come i loro padri, di emularli e magari superarli. Io invece temo di assomigliarli, desidero solo essere diverso da lui, non importa se migliore o peggiore -. Quindi arriva l'occasione de Il Corvo e anche in questo caso c'è lo zampino della sua fidanzata Eliza.

    Brandon muore il 31 Marzo 1993 sul set, appunto, del film " Il Corvo " nel Nord Carolina. La cerimonia funebre avvenne in forma strettamente riservata a Seattle ed è lì, accanto a suo padre, che Brandon ha trovato la pace. Aveva solo 28 anni!